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HANNO SCRITTO DI NOI:
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KINESIS |
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Despite the French name (which refers to New Orleans’ French
Quarter), this is an Italian quintet from Umbria. They
released their debut CD Glispiriti Icorpi Elementi
independently in 2008, and it had been a well-kept secret
outside Italy. For Vieux Carré play in the classic Italian
symphonic prog style of PFM, Le Orme, and Banco, and this
album is way too good to remain unknown. One must also
mention Genesis, because three of the songs are sung in
English, and singer Marco Rambaldi reflexively switches to a
Peter Gabriel style on those songs. (Or maybe it’s a
Bernardo Lanzetti style.) The band’s first demo (when they
were known as Chiaroscuro) contained covers of Firth of
Fifth and The Musical Box, so the Genesis influence is not
imagined. There is also some jazz influence, which the best
first-generation Italian bands had as well. It’s mostly the
songs sung in Italian that have that old magic; lovers of
vintage Italian prog will understand.
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PROGARCHIVES |
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VIEUX CARRÉ is an Italian prog band from Spoleto (Umbria)
formed by five musicians with a jazz background: Alessandro
Bartolucci on piano, minimoog, keyboards; Federico Barbieri
on drums; Filippo Zelli on guitars; Marco Rambaldi on vocals
and Nicola Palladino on bass. The band was formed in 2003 as
CHIAROSCURO and a first demo featuring four original tracks
and two Genesis covers ("Firth Of Fifth" and "Musical Box")
was released. In 2005 they changed their name in VIEUX CARRÉ
and released their first self-produced full length album
"Gli spiriti, i corpi e le menti" (that can be legally
downloaded for free from the official website). VIEUX CARRÉ
have been influenced by progressive bands like GENESIS,
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO and PFM, but their music has its
own touch of originality and it's worth to be checked out...
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01/04/2007 |
La recensione su PROGHIFI.IT
di Fabrizio Catalano |
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La Band: La band perugina viene fondata da Marco Rambaldi (voce),
Filippo Zelli (chitarra) e Alessandro Bartolucci (tastiere).
In seguito arrivano Federico Barbieri (batteria) e Nicola
Palladino (basso) che completano l'organico. La band si
muove su territori musicali che stanno al confine tra il
Prog e il Jazz. Ciò viene fatto dimostrando intelligenza,
spirito critico, eleganza e capacità nei propri mezzi.
Il disco è
autoprodotto dalla band. Le musiche sono di Alessandro
Bartolucci con la collaborazione di Filippo Zelli. I testi
sono opera di Marco Rambaldi con la collaborazione di
Leonardo Speranza. L'intero lavoro è stato registrato in
presa diretta.
Palingenesi
Dopo un inizio in stile neoprog di Bartolucci, la struttura
melodica vira verso delle influenze jazzistiche sottolineate
dal piano ma anche dal lavoro di Barbieri. La voce di
Rambaldi è costretta ad intervenire proprio in quei
frangenti del brano un pò troppo soffusi, dove, a livello
d'impatto, il brano perde qualche punto. Ciò non toglie che emerge chiaramente l'ottima preparazione
di Bartolucci e di Zelli. Anche Barbieri dimostra di sapere
il fatto suo. Preciso il lavoro di Palladino. Alla fine,
l'ascolto risulta gradevole e per nulla affaticante. Greed
Cantando stavolta in inglese, Rambaldi sembra essere più
sicuro e l'atmosfera, per certi versi vicina a determinate
cose dei PFM, aiuta l'ascoltatore ad assimilare il brano
senza problemi. E' una ballata caratterizzata da sonorità
acustiche delicate e piacevoli che fa intravedere un altro
modo di esprimersi da parte della band. Niente male davvero.
Palinodia
Breve brano dove si possono apprezzare decisamente le
capacità di Palladino nonché di Bartolucci. Un piccolo
gioiellino frutto di tante influenze progressive passate,
con uno stile pianistico che richiama determinati
insegnamenti di Emerson. Bravo Bartolucci.
World Of Chance
Un brano dalla doppia faccia. La prima parte è
caratterizzata da una ritmica gradevole di Zelli che fa da
background alla linea vocale inglese di Rambaldi. Bartolucci
spazia tra synths e moog senza però percorrere uan strada
ben precisa. Nella parte finale invece il brano cresce
decisamente approdando ad un prog rock di buona fattura con
uno Zelli in grande spolvero e Palladino che lo segue senza
indugi.
KV62
Ottimo inizio di Bartolucci che, ben supportato da Palladino
e Barbieri, riesce a creare una intro strumentale piacevole
e bai manale. Qui Rambaldi offre una più che discreta prova.
Armonie mai banali e scontate. Incisiva la ritmica di
Barbieri.
Concrete Rerefaction Of Freedom Anche in questo brano emerge la particolare abilità della
band di saper mischiare bene le influenze jazzistiche e
progressive senza far capire bene all'ascoltatore quale
strada s'intenda prendere. Non male l'interpretazione di
Rambaldi ma è tutta la band a suonare ad eccellenti livelli.
Lousiana Story
Ottima prova della band per un brano dal sapore antico ma
interpretato in chiave moderna. Tutti i musicisti sono in
forma eccellente. Un grande Bartolucci esprime tutta la sua
classe ed eleganza ma Palladino non è affatto da meno. Una
bella performance che arricchisce ulteriormente gli spunti
di questo lavoro.
Mellonta Tauta
Una ballata acustica e solare che richiama determinate
sonorità folk dei seventies. Eppure anche qui la classe di
Bartolucci riesce a creare fraseggi gradevoli ed in perfetta
armonia con le linee vocali di Rambaldi. Zelli, nonostante
sia il fulcro della composizione, recita un ruolo intimo e
dettagliato, scevro da fronzoli ed orpelli. Bravo.
Riconciliazione
Dimostrazione di classe cristallina. Davvero convincente la lunga intro strumentale (dura
praticamente più di metà brano) delicata e scorrevole come
una pura improvvisazione jazzistica. Nulla da eccepire,
Bartolucci è in gamba e lo dimostra in pieno. La parte finale del pezzo indica una ulteriore strada da
proseguire ma ben presto il brano termina...
GIUDIZIO GLOBALE
La band umbra ha sicuramente parecchie freccie al
suo arco. Musicisti come Palladino e Zelli non sono certo
gli ultimi arrivati e pianisti che hanno il gusto e
l'eleganza di Bartolucci sono merce rara al giorno d'oggi.
Il
disco può essere valutato secondo una duplice ottica.
Da un
lato, il sound della band non s'ispira ai classici e
tradizionali riferimenti del Prog dei seventies e ciò può
essere considerato un motivo di soddisfazione. Le stesse
composizioni non si sviluppano secondo canoni iperabusati ma
si cerca sempre di usare una chiave di lettura meno
superficiale ed istintiva. Purtroppo, se analizziamo il
disco da un altro punto di vista, vediamo che la band, da un
punto di vista squisitamente musicale sembra non prendere
alcuna decisione chiara su quale strada intraprendere.
Tutto
il disco è permeato da atmosfere ed arrangiamenti
tipicamente jazzistici eppure, nel loro sound, si trovano
anche spunti e strutture progressive. Di questa indecisione,
probabilmente, è proprio Rambaldi a pagarne le conseguenze
in quanto il suo modo d'interpretare i brani è più gradevole
in chiave jazz che non in chiave prog (dove manca
sicuramente di dinamica ed impatto emotivo). L'ascoltatore
non riesce a capire chiaramente se si sta ascoltando un
disco di jazz interpretato in chiave prog o viceversa.
Personalmente propendo per la prima ipotesi e non è certo
una critica ma solo un modo di esprimere musicalmente le
proprie sensazioni. Attendiamo i Vieux Carrè alla prossima
prova perché hanno tutte le carte in regola per fare un
ottimo lavoro. Speriamo anche che prendano una decisione più
chiara sullo stile da seguire.
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21/01/2007 |
La recensione su
MOVIMENTIPROG.NET di Donato Zoppo |
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Dopo i This Harmony, un altro gruppo perugino si impone alla
nostra attenzione. Vengono dal jazz, sono musicisti maturi e
professionali, il loro progressive-rock è signorile ma non
rinuncia all'energia, tanto che il disco "Gli spiriti i
corpi e le menti" è stato registrato in presa diretta, come
si faceva una volta, per catturare la genuinità
dell'esibizione live in studio.
Sono i Vieux Carrè, un quintetto che propone un prog vecchio
stampo, a cavallo tra le asperità ritmiche dei Gentle Giant,
la fine perizia della PFM, i chiaroscuri dei King Crimson,
la melodia fatata delle Orme, la colta complessità del
Banco. "Palingenesi", "KV62" e "Palinodia" lasciano subito
percepire l'abilità nel giocare su armonie particolari,
sfumature jazz e testi fantasiosi: è un gruppo che
appartiene a quella schiera di neo prog bands tricolore tipo
Divae, Filoritmia, Distillerie Di Malto; "Concrete
rarefaction of freedom" mi ricorda anche gli Asgard più
fiabeschi, "Riconciliazione" è tra le cose migliori del
quintetto, un pezzo articolato e intenso con intuizioni
jazz-rock.
Buona in generale l'opera collettiva, interessanti gli
arrangiamenti, leggermente sottotono il canto, aspetto che
dovrebbe essere inquadrato meglio e valorizzato. Tastiere e
chitarre reggono gran parte dell'intelaiatura, e lo fanno in
modo equilibrato, mai eccessivo, come nell'ottima "Louisiana
story", con suggestioni di Battiato e un buon solismo.
Gradevoli gli intrecci elettro-acustici di "Greed" e "Mellonta
Tauta", che si avvicinano più all'esperienza del new prog
inglese; "World of chance" ha buone intenzioni ma non quel
nerbo e quel dinamismo necessario per decollare.
"Gli spiriti" è un piacevole album di debutto, per un gruppo
che fa dell'equilibrio e delle belle combinazioni
strumentali il proprio biglietto da visita. Quello che manca
è una personalità forte, decisa: suggeriamo di curare un po'
di più le parti vocali e di rinvigorire il sound, solo così
la band potrà spiccare nell'oceano delle formazioni prog
odierne. Donato Zoppo
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20/11/2006 |
La Recensione su MENTELOCALE.IT di
GENOVA nella rubrica "c'era una volta il rock": Un cd pieno di contaminazioni
di
Riccardo Storti |
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'Glispiriti Icorpi Elementi': nell'album dei Vieux Carré
si mischiano stili e suggestioni. Tanti i rimandi al
rock italiano d'annata Dall'Umbria senza ombre. Un gruppo di ragazzi spoletani con
la passione del jazz si trovano con altri, più versati
nel recupero del glorioso progressive rock (qualche nome?
Genesis, PFM e Jethro Tull). Inizialmente si chiamano
Chiaroscuro e fanno girare un demo niente male, con tanto di
due cover a mò di biglietto da visita (Firth of Fifth e The
Musical Box dei Genesis). Era il 2003 o giù di lì. Nel 2005 la denominazione dell'ensemble muta in Vieux Carré;
a novembre si giunge così ad un CD autoprodotto, Glispiriti Icorpi
Elementi, registrato con criteri più professionali,
per conferire maggiore risalto alla maestria tecnica e
alla creatività compositiva. Il titolo metamorfico accoglie
l'ascoltatore in un affascinante universo, ricco di rimandi
e richiami alla tradizione del primigenio rock italiano. La
raffinatezza dei testi conduce oltre.
Palingenesi coglie riferimenti, anche antitetici,
alla produzione del Banco: il pianismo delicato di
Bartolucci, il lavoro contrappuntistico e la ricerca ritmica
sui tempi dispari ci riporta ai moduli degli anni Settanta,
mentre la fluidità melodica rammenta addirittura l'"altro"
Banco, quello di Moby Dick e del Grande Joe. Simile
sensibilità si riscontra anche in Palinodia (elettrizzante
la virtuosistica parte di pianoforte).Greed è una ballad non
arricchita da un ritornello piuttosto suggestivo per
tensione lirica e da sobri dettagli di chitarra acustica. Il
clima è quello avvertibile sui solchi dei dischi della PFM
con Lanzetti.Intrigante World of Change: inizia con un
indolente passo funkeggiante e si evolve attraverso
modulazioni, corposi giri di basso e particolari inserti
tastieristici.L'imprevista KV 62 viene annunciata da un
vorticoso tema jazz rock: un breve e fuggevole sospetto di
Jet Lag della PFM o degli Area, che presto si fa sotterraneo
riff per una canzone nello stile del Battiato anni Ottanta.
Che i Vieux Carré sappiano suonare anche "altro", lo si
intende in Concrete Rarefaction of Freedom: a tratti mostra
il profilo di una hit dei R.E.M. con una sezione ritmica
serrata, black, talvolta destabilizzata da rigurgiti
progressive. Così come in Louisiana Story lo sguardo corre
alla new wave di oltre venti anni fa: una chitarra effettata
alla Simple Minds e tastiere analogiche. Un'impressione
singolare: quella di ascoltare una canzone di Battiato o di
Gazzé, con Vittorio Nocenzi alle tastiere. Ombra del
catanese, che appare e scompare nella lenta Mellonta Tauta:
il ritornello, però, si ricollega a band "minori"
della scena romana anni Settanta (Albero Motore, Adriano
Monteduro con la Reale Accademia di Musica e Stradaperta).L'album
si chiude con la prepotente jazzata Riconciliazione: il
chitarrista Filippo Zelli mostra sapienza sulle
dita, giocando seriamente a Zappa e McLaughlin, spinto da
una banda di splendidi gregari. Il testimone passa alle
cascatelle di note pianistiche scaturite dall'infaticabile
Bartolucci, quindi il canto e "chiaroscuri" di ritorno.
Tutto in diretta, come il resto del disco. Chapeau.
Particolare la voce di Marco Rambaldi: le coordinate canore
si spostano da timbriche volatili, dissimili tra loro,
raccolte in una strana coniugazione tra Lanzetti
(Palingenesi), Gabriel (Greed), Di Giacomo (Palinodia),
David Byrne (World of Change), Michael Stipe (Concrete
Rarefaction of Freedom), Gazzé (Louisiana Story), Baglioni (Mellonta
Tauta) e Battiato (KV 62).Un CD di vera contaminazione. Ieri
e oggi si incontrano, alcuni sono meeting clandestini dal
sapore di adulterio, ma gli esiti sono genuini. I puristi
potrebbero urlare allo scandalo, i semplici ascoltatori
gradire. Perché questa musica muove e si muove. Riccardo Storti
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31/03/2006 |
La Recensione del MUCCHIO
SELVAGGIO nella rubrica Fuori dal Mucchio: Glispiriti Icorpi Elementi autoprodotto |
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Attivi da circa un lustro, i perugini Vieux Carré hanno
impiegato alcuni anni per trovare una line-up stabile. Anni
spesi a codificare un suono partito dal jazz e approdato poi
al rock progressivo. Percorso perlomeno bizzarro, visto che
spesso accade il contrario. La scelta di seguire le tracce
del pop italiano, che ha reso celebri PFM, Banco del Mutuo
Soccorso e Le Orme e gruppi minori del periodo, con
inevitabile alone leggendario al seguito, ne limita
fatalmente gli obiettivi, confinandoli a un pubblico di
nicchia. Esponendoli inoltre al rischio del pregiudizio di
una certa parte della critica, annidata anche tra i
collaboratori del Mucchio Selvaggio. Nonostante ciò, i Vieux
Carré sapranno conquistarsi la fiducia di chi questo genere
lo ama, grazie a buoni fraseggi melodici, un certo gusto in
fase di scrittura e all’abilità di piazzare, di tanto in
tanto, qualche spunto per nulla banale, con vibranti
tratteggi di tastiere, moog compreso. La registrazione in
presa diretta limita la potenzialità delle canzoni, che in
alcuni casi meriterebbero un maggior approfondimento, ma
forse proprio questo suonare genuino rende “Glispiriti
Icorpi Elementi” un album godibile. In mezzo a prevedibili
riferimenti di Genesis e pop progressivo tricolore, colpisce
però la bellissima “Palinodia”, che richiama il Battiato
synth-pop dei primi anni ‘80. Non convince invece la
decisione di cantare alcuni pezzi in inglese e altri in
italiano: molto meglio la seconda scelta. Gianni Della Cioppa
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02/10/2005
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La recensione di Spoleto On Line
del CD Glispiriti Icorpi Elementi:
Vieux Carré album d'esordio cavalca i ricordi dell'onda
progressive |
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Vieux Carré, pittoresco quartiere di New Orleans, è la nuova
identità musicale degli spoletini Chiaroscuro da pochi
giorni protagonisti del primo cd"Glispiriti icorpi
elementi"(scritto cosi' ndr). Chi ha avuto modo di scoltarli
dal vivo ritroverà il frutto migliore di quel pastoso
progressive che anima questo gruppo. Raffinatezze miste a sofisticherie trovano ampio spazio in questo cd che dopo un
attento ascolto passa la prova e raccoglie il nostro via
libera. Il gruppo di per se' è una somma di giovani
talentuosi che si avventurano lungo una strada non certo
facile come quella del progressive, in verità perigliosa ma
soprattutto datata e sinceramente demode per i giorni nostri
affollati di bulloni e fighetti.Testi e musiche dannatamente
pervase da un certo lirismo che il rock progressivo ha
interpretato come arricchimento e trasformazione del grande
rock and roll.Poesia senza rime baciare e soprattutto musica
senza strizzare l'occhio al bussiness. Sophisticated,
semplicemente. Poco fard sulle gote di questi musicisti
immersi fino al collo in una ricerca intensa e profonda che
merita apprezzamento e stima, soprattutto per quelli della
mia età svezzati da Gabriel e Bob Fripp, cresciuti con Franz
Di Cioccio e i fratelli Nocenzi. Tempi indimenticabili che
Vieux Carré sanno rinverdire, piacevolmente. Una scelta coraggiosa ma in fin dei conti sensata. Misurata
per questo gruppo affollato di individualità spiccati come
qielle di Marco Rambaldi, voce e paroliere, Alessandro
Bartolucci principe delle diverse tastiere, Filippo Zelli
alla chitarra e poi la sezione ritmica con un ottimo
batterista qual è Federico Barbieri e Nicola Palladino al
basso. I cinque musicisti sembrano aver assimilato bene la
lezione matura dei Genesis e King Crimson e soprattutto
quella piu' tricolore del Banco e della PFM. L'ascolto di
questo album si associa al ricordo di quei gruppi storici
per cui l'unico cruccio riscontrabile è la distanza nei
tempi tra Vieux carre e la storia. Ma, se consideriamo
questo cd il primo di una serie è possibile immaginare
futuri meno congelati per questi ragazzi che potrebbero fare
di piu' soprattutto cercando fonti rinnovabili proprio dalla
storica fucina progressive. Per il resto c'è poco da
obiettare. Consigliabilissimo da ascoltare ed avere tra le
rarità etniche della Spoleto del Terzo millennio. Poldo Corinti
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2003
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Le impressioni del Centro Studi
sul Progressive Italiano di Genova, riguardo un DEMO del
2003 quando invece che Vieux Carré ci chiamavamo
Chiaroscuro:
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Degno di nota questo demo dei Chiaroscuro, emergente band
italiana di grande preparazione musicale, destinata ad un
futuro florido se saprà mantenersi sui livelli qui espressi.
Il disco si compone di quattro brani originali più due cover
di genesisiana memoria e, seppur con i limiti propri di un
demo (pagati soprattutto in termini di qualità di
registrazione e mixaggio), mostra un gruppo di assoluto
livello, sia tecnico che compositivo. I brani sono suonati
con classe da tutti i musicisti, nel rispetto dei ruoli e
del risultato finale: esemplare la sezione ritmica,
raffinata ed estrosa; ottimi gli interventi di chitarra e
tastiere, mai banali e confacenti al feeling dei brani oltre
che di grande sontuosità. Interessante anche la voce
solista, non sempre impeccabile ma in grado di conferire
quel pizzico di teatralità che spesso giova all'identità di
un gruppo rock. Le composizioni sono di matrice progressiva
per ricerca (arrangiamenti, linee melodiche) e profondità di
scrittura (specie a livello armonico), non disdegnanti
incursioni nella fusion (si ascolti l'introduzione
strumentale al brano "Riconciliazione"). Se si vuole
trovare a tutti i costi il pelo nell'uovo, si può
sottolineare come qua e là sembra avvertirsi un certo
abborracciamento nel raccordo tra le varie parti (in specie
nella già citata seconda traccia), ma si tratta di un
aspetto tranquillamente migliorabile per un gruppo di grandi
doti e, a questo punto, certamente di belle speranze.
Convincente, in conclusione, anche la resa dei due classici
"Firth of fifth" e "Musical Box", brani capaci
di far tremare i polsi a chiunque.
Enrico Pietra
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